Il tradimento di Rude Health (un caso di incredibile stupidità)

Quando andavo a scuola io, i professori mi dicevano una cosa: “la storia insegna“. E, beninteso, il concetto si applicava a qualsiasi tipo di storia, intesa come “eventi del passato”. Che fosse “storia” da qualche minuto, da ore, mesi, anni, secoli, era irrilevante, ciò che contava è che dovesse effettivamente insegnare qualcosa, soprattutto per evitare sbagli futuri. Evidentemente, questa filosofia di insegnamento-apprendimento non è granché apprezzata o recepita nell’epoca dei social media, e a confermarlo non sono solo le puntate de “Il Collegio”, ma anche le aziende che ogni giorno provvedono a sfamarci con i loro prodotti. 

Dopo il controverso caso di Alpro, che un anno fa ci ha regalato un’altra perla di inestimabile valore sul proprio Twitter, oggi ci troviamo ad aver a che fare con i loro discepoli ed eredi, Rude Health. Ma che dico “discepoli”, qua ci troviamo davanti all’allievo che supera il maestro!

Per chi non lo sapesse, Rude Health è un brand inglese specializzato nella produzione e vendita di granola, porridge, cereali e latti vegetali, tutto molto bello e, soprattutto, molto costoso. Personalmente non ho mai dato loro un centesimo, perché i loro prodotti sono veramente cari, quindi, al contrario di quanto avvenne con Alpro, non posso dirmi scottata in prima persona. Però hanno una reputazione di tutto rispetto nel campo, e un vastissimo numero di vegani (che costituiscono un buon 80% della loro clientela) al momento vorrebbe vedere le loro teste su una picca. Perché? 

Qualche giorno fa, Rude Health ha postato un video dalla scarsissima qualità (ma chi è il vostro social media manager?) sul proprio profilo Instagram, accompagnato da questa descrizione: 

 

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In parole povere, Rude Health supporta a pieni polmoni il latte di mucca, e nemmeno quello scremato, ma  proprio quello 100% grasso. Se leggete l’articolo che ho linkato, non troverete solo il supporto, ma la completa e totale celebrazione del latte vaccino. In ogni riga ho quasi notato una specie di reazione passivo-aggressiva nei confronti delle alternative vegetali – che sono quelli che portano loro i soldi, santa pazienza! – nemmeno avessero causato a RH la bancarotta. Ma io mi chiedo, se il latte vaccino vi piace così tanto, perché avete scelto di fondare un’azienda che invece produce prodotti ad esso concorrenti? Ah, certo, lo dicono anche loro, hanno scelto di immettere sul mercato “prodotti non che fungano da latte al posto del latte, ma piuttosto che siano delle rinfrescanti alternative al latte” (“We didn’t create dairy alternative drinks because we think you should all be drinking them instead of milk, we created them as a refreshing alternative to milk“). What the actual fuck? E dove risiede la differenza? Non andiamo ad attaccarci ai singoli vocaboli e alle loro sfumature, che questi sono giochini che si fanno agli esami orali di filosofia, e questa non è una lezione su Kant. Questa frase non ha altro senso, se non l’unico che si può cogliere: le alternative prodotte da Rude Health sono, di fatto, alternative al latte vaccino, né più né meno. 

L’affermazione su Instagram è bastata da sola a fare inalberare non solo l’intero ramo dei consumatori vegani, ma anche associazioni quali Veganuary e The Vegan Kind. Quest’ultima non solo ha deciso di rimuovere tutti i prodotti del brand inglese dal proprio store, ma anche di cancellarne le imminenti consegne. E voi, magari, potreste pensare che è un po’ troppo. Il punto qua non è che The Vegan Kind ha peccato di sensibilità, semmai è Rude Health che si è dimostrata “rude” in tutti i sensi verso i suoi consumatori vegetariani e vegani. In un articolo denominato Stay Brilliant, Camilla Barnard, co-founder e brand director di Rude Health, ha fatto interessanti dichiarazioni su cosa pensa lei – e l’azienda – del veganismo, e di chi l’ha scelto come stile di vita. 
E dato che non mi fido dei soli link (Alpro docet), preferisco gli intramontabili screenshot, che resteranno a me per sempre, perché è facile cancellare un articolo quando crea molto malcontento su internet. 

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Suonerò forse ripetitiva ma… what the actual fuck?
Ahi ahi ahi, Camilla, qua assaporo il dentino avvelenato alla Matteo Lenardon! Un dentino derivante da un qualche confronto finito male. Chi è il vegano che ti ha fatta piangere? Chi è che ha innescato questo livore, dicendoti che sei colpevole e che te ne freghi?
Regime? Propaganda? Ma stiamo parlando di Mussolini o di veganismo? E so che per molti le due cose potrebbero anche coincidere, ma no, non sono la stessa cosa. La signora Camilla sta facendo esattamente quello che ha fatto The Vision, solo che l’aggravante qua è che non è un magazine che conosceranno sì e no in mille, ma un brand affermato che da anni vive sulle spalle di quei vegani che sono convinti di comprare prodotti eticamente impegnati. 

E allora urge il momento dei commenti. Mettiamo le cose in chiaro.
Per come la vedo io, ci sta che se scoprite che produrre latte di mandorle e cocco è un business che vi frutterà milioni, vogliate investirci soldi, tempo, fatica e creare un’azienda con una buona reputazione. Fantastico. Questo non significa che dobbiate credere necessariamente che quel tipo di prodotto sia per forza il prodotto giusto in modo universale. Non dovete condividerne la filosofia dietro. Certo, sarebbe meglio, ma non è obbligatorio. Se a voi piace il latte di mucca e pensate che la filosofia vegana sia una boiata, siete liberi di farlo. Quello che magari non dovreste fare se avete un brand il cui 80% di fatturato arriva dai vegani, è dire ai vegani sui vostri social e sito che sono propagandisti che si infarciscono il cervello di scemenze che Netflix fa passare per verità, e il cui unico scopo è farvi passare per sporchi assassini senza etica.

Camilla, signori di Alpro e tutti gli altri in ascolto aventi meccaniche simili in testa, ascoltatemi. Ho una strabiliante notizia per voi: non è necessario che condividiate i vostri pensieri sui social delle vostre aziende, non è necessario che il mondo sappia cosa pensiate di chi vi porta i soldi. Potete condividere queste opinioni e innescare dibattiti con vostra moglie o vostro marito la sera prima di andare a dormire, tra le vostre quattro mura, ma non sui social media dove migliaia di persone – quelle stesse persone che magari fanno sacrifici per comprare il vostro costosissimo latte – vi seguono. Perché se producete alternative al latte vaccino, non ha assolutamente, completamente, totalmente senso che proclamiate il vostro viscerale amore per questo tipo di latte. Non ce l’ha. 
Ma si gestiscono così le relazioni con i propri clienti? Ma per carità. Togliete Homer Simpson dalla stanza dei bottoni di queste aziende, non hanno il benché minimo senso della realtà. 

Il discorso qua non è (come avevamo a suo tempo dibattuto) che uno preferisca un brand a un altro perché uno è etico e un altro no. Avevamo concordato che moltissime aziende che commerciano prodotti vegan (cibo e non) poi fanno capo ad altre aziende più grandi, che di etico hanno ben poco (vedi Alpro), e quindi non ci si può fare molto. Quello che dà fastidio qua, però, è la presa in giro. Io, ad esempio, continuerò a comprare il latte del supermercato a 59p anziché Rude Health o Alpro che costano il triplo. Il supermercato è un brand etico? E’ specializzato solo in prodotti vegani? No. Il supermercato vende anche latte e carne. Preferisco però dare i miei soldi a chi non si è mai nascosto dietro la falsa etica e le false promesse, piuttosto che ad aziende che fintanto che hanno avuto bisogno dei tuoi soldi sono state zitte e hanno finto di condividere i tuoi principi, e poi quando hanno raggiunto sufficiente fama e profitti se ne sono uscite dicendo che non hanno mai condiviso certi valori o pensieri, dandoti del propagandista che racconta fregnacce. 

Sic est. E per quel che mi riguarda, io sto con uglyvegan

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