Perché non c’è nulla di etico nella vita di nessuno

L’altro ieri, una mattina come tante, mi sono svegliata e ho scoperto di essere un mostro. Ho le mani sporche di sangue, e per quanto mi affanni a lavarle e strofinarle col sapone cruelty-free posto accanto al mio lavabo, non riusciranno a venirne fuori immacolate. E’ tutto inutile.
Vi ricordate di Jeffrey Dahmer, Charles Manson, Andrej Chikatilo, e tutta questa bella gente qua? Non c’è paragone. Almeno loro hanno ucciso in maniera barbara, crudele e feroce solo qualche decina di persone alla volta, mica hanno praticato intere e sanguinose ecatombi per un litro di latte di soia e una ciotola di guacamole. Io sono peggiore. Ma che dico “io,” noi, tutti noi vegani, indistintamente, senza “se” e senza “ma”. 

Quando mi è stato segnalato l’articolo pubblicato su The Vision due giorni fa, l’ho letto, e ne sono uscita profondamente sconvolta. Ma come, io che predico il rispetto per la vita, la compassione per gli animali e per il prossimo, un’esistenza fondata su una minore dose di crudeltà (non uso “eliminazione” perché sarebbe utopia, mi accontento della “minore dose”) iniettata nel sistema di cui faccio e facciamo parte, mi ritrovo a essere complice e artefice di queste ignobili stragi? No, non ci siamo. Non sono riuscita a dormire per quanto la mia coscienza fosse straziata. 

Nell’articolo poco sopra riportato, Matteo Lenardon ha messo in luce come noi vegani si parli di “etica” dappertutto, dalla cucina alle sedie su cui sediamo, e la si sventoli senza sosta per innalzare le nostre vite e i nostri comportamenti a migliori, rispetto a quelli degli altri. Noi vegani siamo davvero “etici”? Affatto. Come dicevo, siamo mostri, della peggior specie. 

Per farci i nostri “avocado on toast” costringiamo milioni di messicani a una produzione sfrenata, che non solo calpesta i loro diritti in quanto esseri umani, ma ha anche portato alla deforestazione di intere aree forestali (grandi quattro volte la Lombardia!) e alla gestione del business da parte di una spietata organizzazione criminale.
Per spalmare il gustoso formaggio di anacardi che abbiamo preparato noi stessi sul nostro pane fintamente integrale, spingiamo migliaia di donne del terzo mondo a terribili ustioni sulle mani, derivanti dall’olio sprigionato dai gusci interni del frutto, che loro devono maneggiare senza protezioni.
Che dire della quinoa, che tutti, no, scusate, che tutti i vegani mangiano felicemente, pensando alle sue proprietà nutritive strabilianti. La quinoa riduce in povertà le popolazioni dei luoghi in cui viene coltivata e raccolta, e dato l’incremento della domanda, sta peggiorando la situazione di questa gente, che ormai vive in condizioni estreme. 
E la soia? E le mandorle? Non voglio nemmeno parlarne, ma anche là, nulla di buono. Potete leggere l’articolo originale, ma vi avverto, se volete restare vegani, per una volta, è preferibile l’ignoranza
La mia coscienza non è riuscita a tollerare il peso di queste rivelazioni. 

Per quel che mi riguarda, ho chiuso col veganismo. L’articolo mi ha convinta. 
Che senso ha illudermi di fare qualcosa di buono per il pianeta tramite le mie scelte, riducendo la domanda di carne, pesce, latte, latticini e uova, se poi il risultato è questo? Forse le mie scelte, le nostre scelte, non saranno mai state perfette, ma pensavo fossero un po’ meglio di quello che sono venuta a conoscenza dopo la lettura di questo articolo.

Non ho mai comprato quinoa (troppo costosa, e nemmeno mi piace), ignoravo cosa si celasse dietro la sua produzione. Ma la gente non vegan, lo sa?
E gli avocado? Non avevo idea delle disgrazie che causassero ai messicani, che immagino non abbiano mai esportato il frutto in questione per nessun altro scopo se non quello dei vegan-salutisti. Mi verrebbe voglia di entrare in uno dei millemila ristoranti giapponesi a Milano, uno dei tanti in cui non ho mai trovato opzioni vegan, e gridare la verità alla clientela che si riempie la bocca a suon di California Maki avocado & salmone. Ma forse potrei accontentarmi di tornare a Londra, da Chilango, dove lavoravo anni fa, e raccontare ai due fondatori che quella maledetta guacamole che fanno pagare £1 extra alla loro clientela desiderosa di burrito al pollo e al manzo, è piena di sofferenza (e anche di lavoro sottopagato del proprio staff). 

Basta col veganismo. Da vegan mi illudevo di vivere una vita causando una minore crudeltà, e invece mi sbagliavo. Trovo sia di gran lunga migliore andare da KFC o MacDonald’s, compagnie che di etico non hanno nulla, sia per quanto riguarda gli esseri umani che gli animali, e fare un bell’en plein. Perché accontentarsi di fare del male relativo, quando si può fare del male assoluto? 

Pronta ad abbandonare la mia vegan-life, incuriosita dalla quantità di informazioni riportate nell’articolo, ho voluto indagare su quanti altri retroscena ignoriamo nella nostra vita di tutti i giorni. Perché se devi fare del male assoluto, almeno fallo bene. 
Per esempio, è quasi impossibile comprare eticamente quando si parla di vestiario (soprattutto se non si è ricchi), anche quando pensiamo che i prezzi bassi delle catene siano automaticamente sfruttamento, e quelli alti delle grandi firme indice di una condizione migliore per i lavoratori. Anche per il famoso “Made in Italy” le cose non sono diverse, e chi si illude che comprare Gucci sia meglio che comprare da Primark (escludendo il fattore qualità dei tessuti), si sbaglia di grosso.
Perfino Lush, tanto impegnata eticamente su più fronti, sgarra. Nei suoi prodotti contenenti glitter sono infatti presenti particelle che vengono dalla mica, che qualcuno dovrà pur estrarre dai giacimenti. E chi li estrae, secondo voi? Ma dei bambini, ovviamente (le ragioni sono riportate nell’articolo linkato). Il resto delle compagnie che producono prodotti per la cura del corpo o, in generale, per l’igiene (tipo Procter & Gamble), non sono certo etiche. 
Parliamo poi dei telefoni e degli apparecchi elettronici che usiamo tutti i giorni, anche loro contenenti parti minerali che da qualche parte dovranno pur arrivare, e che qualcuno dovrà pure raccogliere. 
Del cibo abbiamo già abbondantemente parlato, non si salva nulla.

Ciò che mangiamo non è etico, ciò che indossiamo non è etico, ciò con cui ci laviamo non è etico, ciò che usiamo per comunicare non è etico. Ovunque ci siano soldi e business – e qualora non ve ne foste accorti, i grandi business sono praticamente dappertutto, perché a tutti piacciono i soldi -, pressoché nulla è 100% etico. I vegani non sono 100% etici, non è neppure quello il loro scopo. 
Mandorle, soia, avocado, quinoa, olio di palma e moltissimi altri alimenti, a che mi risulti, non sono ad uso esclusivo vegano, anzi, per quanto ne so la guacamole era qualcosa di estremamente apprezzato ben prima che esplodesse il veganismo. Le merendine del Mulino Bianco, poi, non le ha mai mangiate nessuno? Immagino siano vegan pure quelle. 

Il sunto dell’articolo di The Vision mi induce a pensare che il messaggio finale sia: “è inutile che se sei vegan pensi di essere senza macchia, non sei migliore degli altri. Non provarci neppure, non fare nessuno sforzo, non alzare mai la testa, perché non sarai tu a cambiare le sorti del mondo”. Aggiungo io, stiamocene quindi in poltrona a comprare prodotti testati, a mangiare KFC, a comprare cinesate che calpestano i diritti umani di tutti. E’ molto più facile, molto più comodo. Diciamoci un bel “chissenefrega”, oh! Quanta soddisfazione. 

Quante volte mi sono sentita scoraggiata venendo a conoscenza di tante magagne. Ti chiedi “cosa lo faccio a fare se tanto non serve a nulla?”. E allora mi viene in aiuto la filosofia, a cui ho dedicato tanti anni.
Se ci ritroviamo a pensare “Perché dovrei affannarmi a trovare un buon lavoro? A trovare qualcuno da amare? A mangiare in un certo modo? A fare determinate scelte? A essere una persona migliore cercando di rispettare le regole e la morale? Perché dovrei farlo, se tanto un giorno – magari domani – morirò? E’ tutto inutile. Davanti alla morte ogni scelta che faccio è inutile, non ha spessore, il mondo andrà avanti anche senza di me”. Si chiama Nichilismo. Quando tutto perde di significato davanti alla morte, si chiama Nichilismo. Che significa “diventare niente”. Lo stesso ragionamento si applica a qualsiasi cosa ci faccia sentire impotenti. 
Io ho scelto di non essere nichilista. Ho scelto di essere qualcosa. Le mie scelte contano, e assieme alle scelte di tutti quelli come me, cambieranno le cose. Nessuno dice che queste scelte siano universalmente migliori, nessuno dice che io sia migliore o che gli altri vegani siano migliori. Nessuno dice che cambieranno immediatamente le cose verso un mondo migliore. Richiederà tempo, si faranno errori, ne stiamo già facendo. Ma anche gli errori servono, perché anche gli errori sono meglio del niente
Ci devi provare, a cambiare le cose, perché se ti arrendi subito, se dici un altisonante “chissenefrega” col sedere comodo sulla tua poltrona, allora non hai diritto di lamentarti, e sicuramente non hai diritto di fare le pulci agli altri e accusarli di peggiorare il mondo.