Se è di soia, non chiamarlo “latte”!

soy milk on white background

Ok, siamo alle ultime battute qua sul blog, ma voglio continuare a postare fintanto che mi sarà permesso e sarà utile a qualcuno… 
Oggi parliamo di una notizia scoppiettante, fresca fresca, che ci giunge direttamente da quel di Bruxelles. Perché sia mai che alla Corte Europea abbiano cose più importanti a cui pensare (non so, le imminenti negoziazioni del Brexit, ad esempio?). Ah, comunque ne abbiamo discusso anche nel gruppo su Facebook, se volete unirvi, unitevi (nel rispetto delle regole vigenti, eh!). 

Insomma, la Corte di Giustizia UE l’ha sentenziato, non si scappa: basta chiamare il latte di soia “latte”. O anche se è di mandorla, di cocco, di avena, non importa. Se non è animale, niente. Chiamarlo “latte” è illegale, non si può, è contro le regole, e se lo fate vi frustano a sangue per il resto dell’eternità. Possibilmente con una frusta precedentemente intinta in un barile di sale. Maledetti, non potete mentirci così su una questione così importante, noi che per anni abbiamo pensato che anche il “latte doposole” si potesse consumare anche a colazione coi cereali. 

No, non è un Pesce d’Aprile (ok che non posto più molto, ma sarei in gran ritardo), e no, non è uno scherzo. Potete trovare conferma di questa sensazionale notizia qua.  

latte di soiaImmagino che non si potranno nemmeno contare gli amici onnivori che, trascinati dall’inenarrabile pignoleria e dall’altrettanto esorbitante voglia di coglierci in fallo, stiano ora orgasmando dalla gioia, dopo averci per anni frantumato i cocomeri recitando il mantra “eh, ma non puoi chiamarlo formaggio!”. Bravi, avete vinto! L’Unione Europea è dalla vostra parte. Ricordatevi però che è quella stessa Unione Europea da cui molti di voi vorrebbero uscire, e di cui molti di voi si lamentano ogni giorno. Così tanto per essere anche io un po’ “pignola e bastarda”, come direbbero Aldo, Giovanni e Giacomo. 

Diverse sono le reazioni suscitate dallo spargimento di questa lieta novella. Tra noi vegani ha generato delusione, incredulità e, più in generale, delle risate. A parte che, sempre per fare la pignola, vorrei capire chi ha scritto l’articolo linkato poco sopra. No, perché “il seitan non ha nulla a che vedere con i formaggi” è una frase che la dice lunga sul background della penna autrice dell’articolo. Il seitan non è un formaggio? Oh mio dio, non ci eravamo mai arrivati neppure noi vegani. Il seitan, famoso spalmabile dal colore bianco latte (oh no, potremo ancora usare questo paragone?) e dal sapore delicato, perfetto per preparare i Mac & Cheese. Possiamo stendere un plaid pietoso? Ecco, voilà. 
Ma torniamo alla news in sé.

A me personalmente ha strappato un sorriso, e vi spiego subito il perché. Per prima cosa, potranno anche applicare questa nuova regola alle aziende, ma qualcuno si aspetta davvero che food blogger, influencer e noi vegani terra terra smetteremo di usare questa terminologia? Ragazzi, siamo nel 2017, sveglia. Il mio professore di italiano diceva sempre “la lingua la fanno gli ignoranti”, ed è vero, la fa il popolo, quello che chiacchiera tutti i giorni, non le regoline e le regolette. Quanti di voi usano “petaloso”, approvato dall’Accademia della Crusca? Così, tanto per fare un esempio che le approvazioni non sono tutti in campo di linguistica. 

In seconda battuta, mi chiedo: ma perché per anni non ha mai dato fastidio sentire “burro di Karitè” (che non è certo il burro caseario), “burro corpo” (idem), “latte solare” (che si usa per proteggersi in spiaggia, non per i frullati), “orzata” (fatta con lo sciroppo di mandorle, mica con l’orzo), “rossetto” (in millemila tonalità che non siano il rosso), “Tea Tree” (che col tè non c’entra nulla), e adesso tutti a fare i puristi su “formaggio vegan”, “latte di soia” e “affettato di seitan”?
Tutti novelli filosofi del linguaggio? O più semplicemente, tutti novelli crociati delle cause perse contro questi vegani che ci stanno infestando il mondo? E dai su, un po’ di onestà intellettuale. 

Se dipendesse da me, la Corte di Giustizia UE dovrebbe proibire ben altre cose, linguisticamente parlando, a cominciare dal fastidioso “SMSese” tanto in voga sui social. Però quello mica si può formalizzare, ed eventualmente sanzionare, se no sai quante multe a partire da Facebook? Meglio concentrarsi sui prodotti vegani e sulle aziende che li producono, tanto per facilitargli la vita. Perché a noi questi vegani stanno proprio sulle palle, e vogliamo remargli contro in ogni modo possibile! 

Insomma, l’unica soluzione sarebbe trovare una fantomatica signora Soia, e dire che il latte arrivi dalle sue mammelle. Non oso pensare da dove possa arrivare quello del signor Cocco, però. 

Bye!